martedì 23 gennaio 2018

“TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI” DI MARTIN MCDONAGH


Martin McDonagh rende palpabile l’odio, il rancore, la rabbia, un cupo, persistente, ininterrotto desiderio di vendetta, senza pace, senza tregua, senza pelle.
“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è un film che per i tre quarti della sua durata non esiste compassione, non v’è mai alcuna compartecipazione del dolore e del dramma altrui, ma solo uno scambio di brutale energia irosa, di violenza fisica e insulto virulento fra familiari, poliziotti e cittadinanza e gli stessi poliziotti a cui tutto è consentito.  A Ebbing, Missouri, lo stupro mentre moriva di una giovane ragazza è rimasto accantonato dagli inquirenti per troppo tempo e tre manifesti lo fanno uscire dalle trame del silenzio, un silenzio fatto di occhi iniettati di sangue e frustrazione.
Solo dando un nome alle emozioni, ai sentimenti, solo dando legittimazione a questi stati d’animo si può uscire dalle sabbie mobili della disperazione.
La pellicola, molto dura e coinvolgente, estetizza un percorso interiore che va da un cupo risentimento ad una presa di coscienza individuale, e poi condivisa, dell’intramontabile dolore che si sta vivendo, della propria insanabile e acuta sofferenza, di un antico e sedimentato dramma interiore. L’immagine del lungo viaggio in auto, immerso in bellezze naturali senza confine, di Mildred (Frances McDormand) e Dixon (Sam Rockwell) conferisce forma e respiro al lungo cammino delle loro anime verso quel baluginio di luce che prima non intravedevano; al viaggio di Mildred dalla sua angosciata e angosciante solitudine ad un sentore di speranza; dalla (forse solo apparente) psicopatia di Dixon alla sua presa di coscienza di un nuovo Dixon, o semplicemente del Dixon precedente a quello apparso a seguito della morte del padre.
Il film è la storia di crisalidi che mettono in comune il proprio buio, per cominciare a prendere il volo dopo aver ricevuto la lettera di un suicida.

Fabrizio Giulimondi

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