sabato 15 ottobre 2016

"LA VERITÀ STA IN CIELO" DI ROBERTO FAENZA


Locandina La verità sta in cielo
La verità sta in cielo” del bravo regista Roberto Faenza si fa vedere, ben strutturato, dotato di una narrazione agile con taglio giornalistico, di un  ottimo cast di attori che vede  Scamarcio come loro fulcro,  oltre che di una tecnica del linguaggio filmico impregnata su immagini di ampio respiro, mai troppo incentrate sui volti dei personaggi o su particolari corporei, a parte una stravagante sequela di passaggi scenici di richiamo feticistico tutti concentrati  sui piedi in movimento della avvenente attrice Greta Scarano, interprete della Minardi, “donna” di De Pedis.
Una ingenuità ed una criticità ridimensionano sfortunatamente la qualità del lavoro cinematografico.
Atteso che la storia è prevalentemente ambientata nel 2005, vede come set le zone di Roma limitrofe a San Pietro e cerca di dare una soluzione il più possibile convincente al mistero di Emanuela Orlandi, la ragazzina quindicenne cittadina vaticana sparita nel nulla il 22 giugno 1983, Faenza non indica né all’inizio né al termine del film su quali elementi testimoniali o documentali abbia poggiato la propria ricostruzione delle vicende raccontate. A questo elemento critico si affianca la grave ingenuità evidenziata in alcune scene che mostrano una delegazione di inquirenti statunitensi che si reca nella Santa Sede per arrestare il cardinal Marcinkus, Presidente dello Ior: come potevano pensare costoro di trarre in vinculis un cardinale cittadino vaticano,  dominus della banca centrale vaticana,  dentro le mura di uno Stato sovrano privo di accordi e convenzioni internazionali di assistenza giudiziaria o di estradizione?
Lo sviluppo de “La verità sta in cielo” si incastra in una costellazione di  accadimenti che vedono protagonisti ”Renatino” detto il Dendi, uno dei capi della Banda della Magliana, lo Ior di Marcinkus, il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e il riciclaggio di massive somme di denaro di origine mafiosa. La fictio artistica della inchiesta portata avanti da una valente giornalista italiana di stanza a Londra, inviata a Roma da una testata inglese per riaprire il “caso Orlandi”, che riprende e si interseca con quella già iniziata da un’altra coraggiosa reporter RAI, è indubbiamente stimolante e ben congeniata. Le conclusioni, purtroppo, risultano fumose, forse assenti, o confuse, rimandando la palla Oltretevere, ad un (fantomatico?) dossier che tutto rivelerebbe sulla povera Emanuela Orlandi. La comparsa sul finale di Pietro Orlandi, fratello della ragazza, da un tocco di valore documentaristico all’opera.
Fabrizio Giulimondi




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