mercoledì 19 novembre 2014

"COORDINATE D'ORIENTE" DI ALESSANDRO PERISSINOTTO

Dopo Semina il vento del 2011 e lo splendido Le colpe dei padri, che avrebbe senz’altro meritato l’assegnazione del Premio Strega edizione 2013 e non il secondo posto, Alessandro Perissinotto ci dona "Coordinate d’oriente" (Piemme), romanzo che parte lento e sonnecchiante, si ravviva cammin facendo, per poi esplodere nella volata finale, dove le lacrime che si erano via via condensate ineluttabilmente si sciolgono.
Fra Shanghai e Torino, fra tragedie, abbandoni e nuovi incontri, fra uno spazio (“semplice indicazione di rotta,…annuncio,…presagio di città,…profezia”) e un luogo (“identitario, relazionale e storico”), fra semafori e alberi, crocevia di morti filiali devastanti e sopraggiunte empatie tra la pirandelliana Jin e il tutto senso di colpa, del dovere e di responsabilità Pietro, la narrazione procede per fotogrammi e a più dimensioni: il lettore sente i sapori dei cibi d’oriente, gli odori acri, pungenti, delicati o sgradevoli che aleggiano nelle stradine caotiche delle megalopoli cinesi e si addensano nelle abitazioni private e nei locali pubblici; ascolta le parole che veleggiano nei dialoghi e che assumono valore e consistenza solo grazie alle diverse intonazioni conferite ad esse dai personaggi, parole il cui ritmo cadenza e ticchetta l’incedere delle frasi (“Una chela di granchio, un uovo cotto nel sale, delle fave lunghe e nere, dei blocchi che sembrano torrone, e, naturalmente, spiedini, involtini, carne di maiale. Nel vicolo si vende solo cibo, cotto e crudo, vegetale e animale: roba che camminava, che volava, che strisciava, che ronzava, che ragliava, che pigolava, che nuotava, che gracidava, a sangue caldo, a sangue freddo, senza sangue”); vede i colori, le miriadi di tinte che salterellando sbucano dagli stralci di vita tratteggiati da Perissinotto; sente le note delle sonate di Stockhausen, Offenbach, Ravel, Satie, Berg, eseguite dalle mani di donna delle pulizie e di artista di Jin. Nel sottofondo si intravede la rivoluzione culturale maoista, con il suo retrogusto acido, che fa da contraltare all’erotismo velatamente evocato mediante le pagine de L’amante di Marguerite Duras e di Eros dans un train chinois di René Depestre.
Ognuno ha bisogno di raccontare e di essere raccontato e la voce narrante, la voce fuori scena, e poi dentro la scena, che compie questa opera maieutica è proprio quella dell’Autore, il quale, lungo il suo viaggio - reale ed affettivo, immaginario, immaginifico e concreto -  in Cina, aiuta le storie “a uscire, a farsi strada nella confusione dei fatti che si affastellano”.

Fabrizio Giulimondi

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