venerdì 3 gennaio 2014

"LA CENA DI NATALE" DI LUCA BIANCHINI


La cena di Natale di «Io che amo solo te» Continuano le avventure amorose – fintamente nascoste agli occhi degli altri – di don Mimì e di Ninella, condite con le buffe vicende delle relative famiglie, raccontate in maniera accattivante da Luca Bianchini in “La cena di Natale (Mondadori), secondo tempo del romanzo “Io che amo solo te”.
Luca Bianchini sta alla Puglia come Carmine Abate sta alla Calabria e, il set scelto da entrambi della cena della Vigilia,  potrebbe accumunare “La festa del ritorno” (fra i finalisti del Premio Campiello 2004) al libro in commento, anche se la poesia, la melodicità e  la grazia di Abate, prevalgono senza incertezze sulla leggera comicità ed ironia di Luca Bianchini.
In “Io che amo solo te” avevamo lasciato sposi Chiara e Damiano. Adesso troviamo lei incinta e il marito alle prese con qualche problema conseguenziale alle corna messe sul capo della sposa, mentre la signora Matilde (la first lady), moglie di don Mimì, è alle fibrillanti prese con i preparativi dei festeggiamenti del Natale alla barese (ossia anche la sera del 24 dicembre), per mostrare a tutti  il prezioso dono ricevuto dal fedifrago  consorte.
Graziosa, ilare, nel solco  della tradizionale commedia italiana, la storia è liscia come l’olio, lo stile semplice e il libro si fa leggere in un solo boccone.
Vi ripropongo la recensione (già pubblica in questa Rubrica) di “Io che amo solo te”, perché credo ben inquadri i personaggi e i contorni della narrazione.
Buona lettura!
Fabrizio Giulimondi

Indubbiamente un libro gradevole, molto scorrevole e assolutamente adatto alla  stagione estiva è l’ultima fatica letteraria di Luca Bianchini Io che amo solo te” (Mondadori), titolo tratto dalla omonima canzone di Sergio Endrigo e che ne fa da colonna sonora.

Il romanzo in molti suoi passaggi e personaggi ricorda opere cinematografiche e teatrali che, a mio sommesso avviso, l’Autore aveva ben presente durante la stesura del libro.

Don Mimì, una delle figure principali della narrazione, rimanda nella sua descrizione fisica e, specialmente, in quella dei baffi, Pasqualino  Settebellezze,  interpretato da Giancarlo Giannini nel famoso film di Lina Wertmuller, ma anche in qualche suo aspetto caratteriale il Don Mimì  della grandiosa commedia di Eduardo de Filippo Filumena Marturano.

La tragi-comica  personalità di Orlando, omosessuale, rimanda la mente alle storie raccontate in Manuale d’Amore 2 (di Giovanni Veronesi) da Sergio Rubini e Antonio Albanese e, in maniera meno leggera e più sofferta,  in Mine Vaganti (di Ferzan Ozpetek) da Riccardo Scamarcio e Alessandro Preziosi.

Al pari di queste due pellicole, il racconto è ambientato nell’entroterra pugliese, in cittadine di cui lo Scrittore esalta il provincialismo e i dettagli piccolo-borghesi, facendoli diventare motivo di ironia, strappando più di qualche sorriso al divertito lettore.

La trama si snoda intorno ai preparativi del matrimonio fra Chiara e Damiano, sino al giorno delle nozze e alle ore che si snoderanno successivamente.

Come tutte le commedie all’italiana che si rispettano, dietro l’organizzazione dell’evento e parallelamente alla storia ufficiale di ogni singolo personaggio,  esiste un altro racconto, ad una vicenda se ne cela un’altra, una vicissitudine ne svela un’altra.

Chiara è figlia della vedova Ninella (umile sarta) e sorella di Nancy, diciassettenne che ha come obiettivo primario imminente la perdita della verginità (regolarmente con l’idiota di turno Tony). Damiano, figlio della ricca famiglia Scagliusi, re delle patate locali, balbuziente quanto basta per creare delle  simpatiche gheg, si sposa perché così va fatto e perché ad un certo punto un uomo si deve sistemare. E’ così che gli ha insegnato Don Mimì, il padre, sposato con Matilde, donna che ce l’ha sempre con il mondo interno.

Orlando  -  altro figlio di Matilde e don Mimì e  fratello di Damiano - si fa usare senza ritegno da un altro uomo (l’innominato), latore delle  stesse tendenze -  ma sposato e con prole -  che si presenterà al matrimonio, determinando una vis comica simile alla migliore tradizione latina di Terenzio e Plauto, rafforzata dalla pantomima di Orlando di fingersi  eterosessuale portandosi in Chiesa, a mò di fidanzata,  Daniela, che in realtà è lesbica e convive con un’altra donna.

La verità è che i consuoceri si amano da quando erano ventenni. Don Mimì ha dovuto sposare Matilde e non Ninnella a causa del fratello di quest’ultima, zio Franco, al tempo arrestato per essere implicato in un affare di contrabbando.

Ninella e don Mimì non hanno mai spesso di amarsi e solo a messa, al momento della comunione, possono lanciarsi uno sguardo furtivo: al taglio della torta, finalmente, potranno concedersi un romantico e struggente ballo.

Chiara e Damiano si sono sposati al posto loro.

Interessanti anche i personaggi secondari, la cui raffigurazione non può non far balenare ad ognuno di noi il ricordo di parenti lontani che hanno passato  il tempo a spettegolare, a mettere bocca su tutto, ad impicciarsi di ogni piccola cosa che riguardasse gli altri, che  conoscevano  sempre la cosa migliore da fare e, al momento del pranzo nuziale, davano  il meglio di se stessi: “ci voleva un po’ più…ci voleva un po’  meno…..”.

Cosimo (cugino di Damiano), Mariangela (cugina di Chiara) e, soprattutto, la zia Dora, moglie di Zio Donato, fratello del defunto marito di Ninella, incarnano mirabilmente tutto questo.

Non posso non spendere una ultima  parola sui saggi consigli forniti da Ninella alla figlia  Chiara alle soglie del “grande passo”, di cui uno, credo,  possa  risultare -  qualora seguito -  particolarmente efficace: “Nel dubbio fatti i cazzi tuoi!”



Fabrizio Giulimondi


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